Dal guado ai blue jeans: memorie del tessile nell'Alta Valle del Metauro

Dal guado ai blue jeans – La mostra

Dal guado ai cappelli di feltro alla 'jeans valley': memorie tessili dell'Alta Valle del Metauro nella mostra allestita a Sant'Angelo in Vado (PU) nel 2011

Dal guado ai blue jeans: memorie del tessile nell'Alta Valle del Metauro

L’introduzione alla mostra

Nata seguendo la suggestione di un colore, quel blu sotto la cui bandiera si unisce l’Europa, di più, che tinge di sé l’intera civiltà occidentale; un colore docile e morigerato che secondo Michel Pastoureau nasconde ancora molte risorse e segreti, la ricerca sulla memoria del tessile nell’alta Valle del Metauro intende offrire una panoramica su arti e mestieri che sembrano ormai appartenere a tempi lontani, tenendo conto del filo che li lega a esperienze più recenti e a prima vista dissimili. Sempre più spesso connotati con l’aggettivo vecchi, in realtà i mestieri artigianali tramandano gesti e modi dei quali, se appena si scava, si individuano radici forti e vitali, forse ignote ai più giovani, ma capaci di incantare anche il più frenetico techno-addict.

Non sorprenda, dunque, l’accostamento tra artigiani e industrie del tessile: pur se difficilmente documentabile nel concreto delle carte (quasi nessuno di loro aveva o ha esperienza sartoriale), gli imprenditori che hanno fatto grande il distretto produttivo dell’alta Valle del Metauro sono testimoni di un saper fare del quale, prima o poi, riemerge la componente più schiettamente artigianale, una creatività che sconfina nell’arte tout court, e che fa tesoro della più avanzata tecnologia impiegandola in prodotti industriali dal sapore di pezzo unico.

Da Penelope in poi fili e trame sono affare di donne, e la valle del Metauro non fa eccezione. Accanto al blu, dunque, il rosa delle prime operaie del nostro entroterra: appartengono ormai al mito fondativo della jeans valley le macchine da cucire fornite da don Corrado Catani alle vedove di guerra dell’O.D.A. di Urbania e, dopo le filandaie dei primi del ‘900, saranno le dipendenti della CIA di Fossombrone a far sentire la loro voce contro i licenziamenti negli anni Ottanta del secolo scorso. Senza contare le migliaia di giovani che dagli anni Sessanta trovarono impiego presso le imprese tessili della zona, garantendo alle loro famiglie un’entrata sicura in un periodo nel quale partire sembrava d’obbligo per poter lavorare.

Ancora una volta ringrazio la CNA di Pesaro e Urbino, Camilla Fabbri, Giorgio Aguzzi, e naturalmente Alessandra Benvenuti e Moreno Bordoni, ormai quasi abituali compagni di lavoro, per avermi dato una nuova possibilità di approfondire temi sui quali da tempo mi interrogo e che molto mi stanno a cuore.

Grazie poi al Comune di Sant’Angelo in Vado, per la sollecitudine con la quale amministratori e dipendenti hanno ‘adottato’ il progetto, in particolar modo al sindaco Settimio Bravi e all’assessore Ubaldo Pompei, che mi ha accompagnato passo passo nella ricerca. Infine, grazie davvero a tutti coloro i quali mi hanno accolto nelle loro case come una di famiglia, affidandomi racconti, oggetti, ricordi. Come sempre, a loro sono dedicate le ‘pagine’ che seguono.

Cristina Ortolani

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