Cristina Ortolani studio - Fausto Coppi e Toto Crescentini

Pesaro, 1950. Fausto Coppi, intorno a una fotografia

“Occhi miti e naso che divide il vento”: Fausto Coppi era di casa a Pesaro, come ci raccontano alcune fotografie dall'album della famiglia Crescentini
Mario Franci, caricatura di Fausto Coppi
Mario Franci, Fausto Coppi, matita su carta, 15 agosto 1947 (Archivio Ambra Franci, Sant’Angelo in Lizzola)

Addio campionissimo: il titolo riempie la prima pagina della “Gazzetta dello Sport” del 3 gennaio 1960, annunciando la morte di Fausto Coppi, spentosi poco più che quarantenne alle 8.45 del mattino precedente, a causa della malaria contratta in Congo e non riconosciuta in tempo dai medici.
Tra una foto dei “piccoli profughi” di padre Damiani, una nota sui “lavori urgenti” della cappella di Sant’Ubaldo e un pezzo sulle celebrazioni rossiniane a 168 anni dalla nascita del compositore, anche la pagina pesarese del “Resto del Carlino” esprime, in quella prima domenica del 1960, profondo cordoglio per l’improvvisa scomparsa di Coppi. Coppi era noto a tutti, anche per essere più volte sceso sulla pista del nostro stadio comunale, in gara con i vari ciclisti italiani. Il fiduciario provinciale dell’U.V.I. [Unione Velocipedistica Italiana] signor Fabbri ha inviato alla famiglia Coppi il seguente telegramma: “Interprete dei sentimenti delle società ciclistiche e degli sportivi pesaresi, esprimo condoglianze per l’immatura perdita del grande campione Fausto.  A cura di enti e associazioni sportive saranno affissi in provincia manifesti di cordoglio”.
Che Coppi a Pesaro fosse di casa sembrano testimoniarlo anche queste fotografie, dove l’allegria di una giornata al mare non si lascia sbiadire dal bianco e nero un po’ liso delle stampe: un biancoenero impreciso e poco elegante, ma che ai nostri occhi irradia l’inconfondibile sapore della “fiducia del dopoguerra”.

Si tratta di una serie di scatti provenienti dall’album della famiglia Crescentini, bagnini da tre generazioni – praticamente da quando Oreste Ruggeri e pochi altri ‘inventarono’ la stagione balneare a Pesaro. Con indosso un castigatissimo costume Coppi sorride a fianco del bagnino Toto Crescentini, insieme con un gruppo di ragazzi. Poche sono le notizie su queste fotografie: Emanuela Crescentini, figlia di Toto, ce le ha segnalate per la mostra Tipi da spiaggia (Pesaro 2013), e racconta di vacanze in una certa pensione di seconda fila, dove Coppi si ritagliava qualche momento di intimità con la sua “Dama Bianca”. Ricordi che si sovrappongono nelle parole ascoltate dalla voce dei più anziani, delle quali, come spesso accade, è difficile indagare le possibilità di un oggettivo riscontro. Due delle foto portano il timbro “foto Battistelli”; sul retro di tutte le immagini della serie è apposta la data “1950”, un’indicazione fornita da Toto a Emanuela anni dopo la realizzazione degli scatti. In mancanza di altri indizi partiamo da qui: l’occasione è ghiotta per addentrarci in un anno cruciale della vita del campione piemontese.

La primavera 1950 vede Coppi celebrato per due successi definiti dalla stampa sportiva “sfolgoranti”: le vittorie della Parigi-Roubaix e della Freccia Vallone. Nel 1949, primo a centrare la doppietta, Coppi aveva vinto sia il Giro d’Italia sia il Tour de France (per il Giro d’Italia il giornalista Mario Ferretti coniò la frase che accompagnerà il corridore per il resto della carriera: Un uomo solo è al comando; la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi).
Il 2 giugno 1950, però, l’ennesimo incidente costringe il campionissimo a fermarsi ancora una volta: una rovinosa caduta sulle Dolomiti, durante la tappa Vicenza-Bolzano del Giro d’Italia, gli provoca tre fratture al bacino. Coppi è ricoverato all’ospedale Santa Chiara di Trento; la tappa è vinta da Gino Bartali e il Giro da Hugo Koblet. Dopo circa un mese di degenza (29 giorni secondo alcune fonti, 40 secondo altre) e una lunga convalescenza, alla quale si riferirebbero forse le foto pesaresi, Coppi tornerà a correre il 24 settembre, a Udine.
Quanto a Giulia Occhini, la “Dama Bianca”, recenti pubblicazioni hanno definitivamente fissato all’agosto 1948 l’incontro tra i due, avvenuto per via di un autografo, chiesto a Fausto da Giulia insieme con il marito Enrico Locatelli, fervente ammiratore del ciclista.
Giulia non è ancora la “dama bianca” (tra parentesi, sembra che il montgomery chiaro che valse alla Occhini l’appellativo fosse del tutto casuale, e che la signora indossasse di preferenza colori scuri), lo diventerà nel 1953, anno in cui per la prima volta compare in pubblico a fianco di Coppi, sposato dal 1945 con Bruna Ciampolini: da qui in poi la storia è nota. L’Italia prende posizione contro la “concubina” e non manca neppure il richiamo del Papa, che si aggiunge allo sdegno nazionale per il comportamento della “peccatrice”. Coppi e la moglie si separano consensualmente; Giulia, accusata dal marito di adulterio, prima del processo sconta alcuni giorni di carcere e un periodo di domicilio coatto in Ancona, in casa di sua zia Dina. A Fausto viene ritirato il passaporto. Nel 1955 Fausto e Giulia sono condannati rispettivamente a due e a tre mesi con la condizionale. Giulia, incinta, è costretta a partorire a Buenos Aires, per poter dare al figlio il nome del padre, sposato in Messico con un matrimonio mai riconosciuto in Italia.

In attesa di altri particolari sui giorni pesaresi di Coppi che, ne siamo certi, i nostri lettori non mancheranno di segnalarci (come sempre ne daremo conto in prossime occasioni), annotiamo a conclusione di queste brevi note che Giulia Occhini aveva stretti legami con le Marche: ad Ancona, sempre presso sua zia Dina, aveva trascorso gli anni della guerra, dall’ottobre 1940 all’ottobre 1945. Nel ‘45, infine, aveva conosciuto a Fano il futuro marito, ufficiale sanitario cittadino, sposato a Loreto nel settembre di quello stesso anno.

Così l’ha fatto il buon Dio che se tu lo vedi all’impiedi, uomo come tutti gli altri, costretto a mantenersi umilmente in equilibrio, la tua presunzione non se ne adonta.
(…) Su due spalle stranamente esili s’innesta il capo che neri e lisci capelli, quasi mai pettinati, paiono rendere allungato a dismisura. E il collo, che pure è sottile, quasi si perde nella secchezza della mandibola e nella nuca folta di capelli. Il torace, per una anomalia che è invece funzionale e a tutta prima non ti spieghi, via via che scende, ingrandisce, lo sterno pare carenato come negli uccelli.
(…) Ora, per comprendere Coppi, bisogna assolutamente invertire i rapporti funzionali della bicicletta nei confronti dell’uomo. In fondo, la bicicletta altro non è che una povera bonaria concessione alla nostra ansia di andare. (…) E rimase poi sempre com’era, nel suo concetto fondamentale: un aiuto alle nostre povere gambe negate al moto veloce. Uno strumento suppletivo. Sinché non venne allo sport Fausto Coppi.
Gianni Brera, Ritratto breve di Fausto Coppi, “La Gazzetta dello Sport”, 27 luglio 1949

Pesaro, settembre 2016. Circa tre anni dopo la prima pubblicazione di queste fotografie un giornalista sportivo esperto di ciclismo, Giampiero Petrucci, prova a risolvere la questione della loro datazione e sulla base di alcuni elementi – tra i quali proprio l’infortunio di Coppi – propone il 1949. In effetti, conferma Emanuela, Toto datò le immagini qualche anno dopo lo scatto e facilmente può essersi sbagliato.
Al di là delle date, mi piace sottolineare ancora una volta la vitalità di questi frammenti di tempo, capaci sempre di aggiungere storie alle storie.
Grazie a Emanuela e a tutta la famiglia Crescentini per avermi consentito di riprodurre qui le immagini e soprattutto per avermi affidato i loro ricordi.

Pesaro, 1949/1950. Fausto Coppi insieme con il bagnino Toto Crescentini e un gruppo di ragazzi (raccolta Famiglia Crescentini, Pesaro)

La struttura morfologica di Coppi, se permettete, sembra un'invenzione della natura per completare il modestissimo estro meccanico della bicicletta.

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