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Giovanni Gabucci - Il facchino della diocesi

Giovanni Gabucci (1888-1948). Il facchino della diocesi

La vita di don Giovanni Gabucci, studioso e archivista, si intreccia nei suoi diari con le storie e le memorie di Pesaro e dei suoi castelli. Leggi il libro online

Schietto e arguto, dotato di un ingegno brillante e di una favella che non risparmiava i suoi strali nemmeno al Vescovo, don Giovanni Gabucci (Sant’Angelo in Lizzola, 1888-1948) ha percorso Pesaro e le sue colline documentandone storia e storie con verve inconfondibile e intuito sicuro. La figura di don Giovanni rivive qui attraverso diari, taccuini, disegni e tutto il multiforme materiale del suo archivio, lasciato in eredità alla Diocesi di Pesaro.

Memoteca Pian del Bruscolo - 2011
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Il facchino della Diocesi

L’introduzione al volume (2011)

Il buon Dio si cela nel dettaglio

Aby Warburg

Il dottore di carte muffite e indecifrabili (1), l’appassionato raccoglitore di memorie storiche (2) dotato di un ingegno versatile in tutto che si conviene all’arti belle, e perspicace ad avvertire nel dubbio il probabile e dall’errore il vero (3), il prete degli scherzi, assai colto ma un po’ burlone (4). Il Paleografo e Archivista capace di battere le chiare a neve meglio di chiunque altro per le torte della sua Brigida. L’impiegato comunale sperduto nella neve, e la voce della maestra che come nella nebbia di Amarcord lo rimette sulla strada di casa (5). Ci vorrebbe la penna di Guareschi per descrivere don Giovanni (6).

Già, Guareschi. Non che Giovanni Gabucci (1888-1948) sia un don Camillo, tutt’altro, ma certo con il pretone della Bassa, che quando non era impegnato a scontrarsi con i ‘rossi’ lucidava gli angioletti col sidol, il sacerdote santangiolese ha molto in comune. La battuta pronta, intanto: ancora oggi, a oltre sessant’anni dalla morte, la prima cosa che tutti ricordano di don Giovanni sono i commenti arguti e talora sarcastici, la vis polemica e le risposte pungenti che non risparmiava nemmeno al vescovo (era un uomo libero, dicono ancora di lui). Poi, probabilmente, una certa irruenza, espressa sia nelle lettere sia negli accuratissimi diari, e l’inclinazione, tutto sommato, verso le cose semplici: non avrebbe disdegnato, don Gvan, di sedersi a tavola con don Camillo, Peppone & soci, davanti al camino o sotto il pergolato della vite, per un piatto di pane e formaggio. Di sicuro amava chiudere la giornata insieme coi suoi amici Duilio e Alessandro al caffè del Borgo, con una moretta (7).

Non ebbe (non volle, dice lui) mai la parrocchia, però, don Giovanni: acconsentì piuttosto a pensarsi, sempre in via provvisoria, vice parroco, economo spirituale, assistente. Per umiltà secondo alcuni, più verosimilmente, dopo la lettura dei suoi diari, per potersi spostare liberamente nel territorio della Diocesi (virtualmente anche fuori, come dimostra la mappa geografica dei suoi scambi epistolari, che tocca tra l’altro Roma, Milano, Buenos Aires), seguendo l’irresistibile richiamo della curiosità, e anche per offrirsi a una vocazione in larga parte coincidente con la diffusione della cultura. Richiestissimo come predicatore, don Gabucci sembra considerare sullo stesso piano i ritiri spirituali e le conferenze a proiezioni: il metodo è lo stesso, nell’un caso per indurre l’uditorio ad approfondire nuovi spunti di fede, nell’altro, per leggere il creato attraverso l’illustrazione delle nostre migliori bellezze (8), a Montelevecchie come a Pesaro o nella natia Sant’Angelo in Lizzola.

Una libertà mentale che, pur disciplinata dai solidi strumenti del Dottore in archivistica e paleografia (il titolo al quale teneva di più, quello che lo ricorda sulla lapide nel piccolo cimitero sulla collina di Monte Calvello di Sant’Angelo in Lizzola), lo porterà a preferire la dimensione del frammento a quella dello studio sistematico.
Frequentando le sue carte, conservate presso l’Archivio storico diocesano di Pesaro, l’impressione che si ricava è infatti quella di una mente vorace, di uno studioso che, pur consapevole delle proprie doti, non appare interessato a lasciare di sé il ricordo di uno storico, almeno non secondo i canoni tradizionali. Attentissimo, quasi ossessivo nel tenere traccia dei propri interessi, Gabucci non si cura di interpretare, né di comporre in un’opera unitaria la mole di materiali accumulati in oltre quarant’anni di ostinate ricerche: non si è trovato tra i manoscritti un abbozzo, nemmeno un menabò destinato a tradursi in volume; non moltissime le opere a stampa, perlopiù opuscoli tratti da articoli apparsi su riviste culturali a diffusione locale. Numerose e consistenti invece le collaborazioni con altri studiosi, con suo grande disappunto spesso non riconosciute: a Gabucci si devono per esempio alcune delle schede sui castelli pesaresi contenute ne La Provincia di Pesaro e Urbino di Oreste Tarquinio Locchi, pubblicato a Roma nel 1934, mentre ad Antonio Zecchini, autore di un lavoro su Antonio e Romolo Liverani, Gabucci fornì dettagliate informazioni circa la presenza degli scenografi faentini nel Pesarese. Fu in contatto, tra gli altri, con lo scrittore di Tavullia emigrato a Milano Igino Balducci, con l’allora direttore dei Musei civici di Pesaro Giancarlo Polidori, con lo storico dell’arte Francesco Filippini, con monsignor Polvara, fondatore della Scuola superiore d’Arte Cristiana “Beato Angelico” e direttore della rivista “Arte Cristiana”, con l’onorevole Filippo Meda.

La Memoteca Pian del Bruscolo deve molto a Giovanni Gabucci, e questo Quaderno, il primo di una collana che speriamo longeva, vuole onorare questo debito. È infatti frequentando le carte di don Giovanni che prese forma nel 2005 l’idea di un contenitore di storie dei nostri luoghi, per accogliere tutte quelle testimonianze minute alle quali, almeno fino a non molti anni fa, non si dedicava troppa attenzione. Microstorie dalle dimensioni molto affini alle miriadi di foglietti raccolti da don Giovanni.
Fotografie, disegni, appunti, frammenti di realtà chiamati a comporre un domestico atlante della memoria (non ce ne vorrà Aby Warburg con il suo Mnemosyne); carte che, interrogate, a loro volta interpellano l’interlocutore, in un dialogo costante, fitto di rimandi e dai risvolti sempre sorprendenti.
Agli occhi dell’oggi, quasi un ipertesto.

Grazie ancora una volta a tutti coloro i quali, con un ricordo, una fotografia, una lettera, contribuiscono ogni giorno a creare il tessuto della Memoteca: in questo caso a chi mi ha aiutato a ritrovare le multiformi tracce di don Gabucci nella nostra Diocesi, in primo luogo ai parroci, che tra i mille impegni pastorali hanno trovato il tempo di consultare con me i loro archivi. Grazie agli amministratori dell’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo: a chi ha avviato il lavoro nella precedente legislatura, all’assessore Federico Goffi che ha accompagnato il lavoro con la solita pazienza, e ai sindaci dei Comuni aderenti all’Unione, che continuano a concedermi la loro fiducia.
Grazie davvero al generoso sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro e al suo Presidente Gianfranco Sabbatini, che con attenzione partecipe  segue sin dall’inizio il percorso della Memoteca.
Da ultimo, un ringraziamento particolare all’Archivio storico diocesano di Pesaro e al suo direttore, don Igino Corsini, che tra i primi si ricordò di don Giovanni intitolandogli una sala dell’archivio nel 1984: senza la sua disponibilità, i suoi ricordi e il suo impegno difficilmente questo volume avrebbe visto la luce.

Cristina Ortolani

* Altri sostengono che vi si nasconda invece il diavolo. Der liebe Gott steckt im Detail: la frase, ripresa da molti con diverse variazioni, è di Aby Warburg (1866-1929).
Questa premessa riproduce con alcune varianti l’articolo Il facchino della diocesi, pubblicato su “Promemoria”, numero zero, Maggio 2010.

Fonti e tracce

1 Giovanni Gabucci, citato da Cristoforo Mambrini in Per Giovanni Gabucci, Urbania 1949, p. 3.
2 Giovanni Gabucci, lettera ad Antonio Zecchini, 31 Gennaio 1941.
3 Mambrini, cit., p. 1.
4 Personaggi d’altri tempi, versi del prof. Enrico Garattoni, schizzi del prof. Mario Franci (dattiloscritto, Sant’Angelo in Lizzola, s.d.; raccolta Elisa Antonini, Sant’Angelo in Lizzola).
5 Testimonianza di Graziella Salucci Stiassi (Bologna), raccolta tra la Primavera 2010 e l’Inverno 2011.
6 Testimonianza di Giancarlo Cacciaguerra Perticari (Sant’Angelo in Lizzola), raccolta nella Primavera 2007.
7 Giovanni Gabucci, Diari, 21 Novembre 1924.
8 Montelevecchie (Belvedere Fogliense), Possesso parrocchiale e inaugurazione del Ricreatorio, da “L’Idea”, 15 Dicembre 1922.

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