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Pesaro lasciapassare 1797

Lasciapassare. Frammenti di un anno sospeso

Del senno di poi sono piene le fosse, ma uno sguardo retrospettivo a volte aiuta. In ordine sparso, appunti su tre mesi di ‘reclusione’

Non ho tenuto un diario “Covid-19” (mi sono invece esercitata con mia nipote Costanza nella creazione di una piccola capsula del tempo, vedi sotto) ma verso la fine del lockdown ho sentito la necessità di raccogliere le idee, credo per avere qualche punto di riferimento in vista del prossimo autunno, quando, spero, capiremo definitivamente come alleggerire la nostra quotidianità. Tre, quattro mesi – forse di più, di tempo sospeso, lattiginoso (acqua e anice, direbbe Paolo Conte), #andràtuttobene mica tanto: ora come ora non mi sembra che si sia capito come utilizzare la sosta forzata.

(E qui avevo pronto un bel pistolotto sulla classe dirigente e le dirette del sabato sera, la zoom fatigue, la retorica sull’#eccellenzaitaliana degli spot e il pane senza lievito, ma preferisco lasciare a voi questo spazio: riempitelo come preferite e, se volete, condividete i vostri pensieri dai commenti in fondo alla pagina).

Nebbia, si diceva: mettere in fila i pensieri di solito aiuta. Può darsi che alla fine anche questo post approdi alla carta stampata per essere affidato alla capsula del tempo; dato però che tra i frammenti ci sono parecchi link (Twitter, per esempio, mi ha fatto tanta compagnia negli ultimi mesi) trovo più pratico raccoglierli qui, in ordine cronologico, invece che annotarli sul mio libretto rosso. La lista è in aggiornamento, almeno finché il Coronavirus non deciderà di allentare la presa.

Buona lettura!

Marzo-maggio 2020. La mia piccola capsula del tempo
Marzo-maggio 2020. La mia piccola capsula del tempo
Autocertificazioni e 'congiunti'

Autocertificazioni: per me sono state pesantissime. Non mi ritengo (non sono) un’irresponsabile – tra marzo e aprile sono uscita tra altri umani solo tre volte per la spesa, scafandrata come dovessi aggirarmi the day after tra i resti di Chernobyl – e voglio essere trattata da adulta senziente, non da discolaccia. Dimmi come devo uscire, mettimi in condizione di farlo (per esempio non traccheggiare sulle mascherine) ma non scegliere chi posso vedere: la pagliacciata dei congiunti resterà come uno dei momenti più bassi della nostra storia. Qui niente link, per non sprecare byte.

15 marzo. Parole vere

Questo è il primo link che ho archiviato, un articolo di Gian Antonio Stella sulla necessità di parole vere.

22-30 marzo. Metafore

Abbiamo urgente bisogno di nuove metafore e di nuove parole per raccontarci i giorni che stiamo vivendo; quelle vecchie rischiano di trasformare in un incubo non solo il presente ma anche, e soprattutto, il futuro che ci aspetta. Daniele Cassandro e Annamaria Testa su “Internazionale” sono stati tra i primi a soffermarsi sull’urgenza di cambiare il registro linguistico e le metafore della pandemia. Poi arrivarono gli angeli e i draghi, infine fu la movida. (Impressionante come, col senno di poi, la movida da trenino sgangherato si saldi per esempio con le parole di Michel Houllebecq: vedi sotto. Lo sapevo che mettere in ordine questa lista avrebbe generato cortocircuiti imprevisti).

22 marzo. Pregi e difetti

La verità è che ogni Paese è quello che è, e non c’è niente come una calamità per svelarne i pregi e i difetti. Già. Antonio Polito sul “Corriere della Sera”.

30 marzo. Le sartine

Sarà un luogo comune, ma come tutti i luoghi comuni contiene profonde verità: mancano le mascherine? Da brave italiane  (vedi sopra) ci arrangiamo e le sartine emiliane conquistano il web. Quel “sartine”, però, avrebbe dovuto insospettirci: la pandemia mette in luce (mi limito all’Italia perché altrove la leadership femminile è riconosciuta lungimirante) uno sguardo sulla donna pericolosamente antiquato.

2 aprile. Il Mondo era troppo

Per me da molto tempo ormai il mondo era troppo. Troppo, troppo veloce, troppo rumoroso. Non ho quindi il «trauma dell’isolamento» e non soffro di non poter incontrare nessuno. Non mi dispiace che abbiano chiuso i cinema, mi è indifferente che i centri commerciali siano fuori servizio. Forse soltanto se penso a tutti quelli che con questo hanno perso il lavoro. Quando ho saputo della quarantena di prevenzione ho sentito qualcosa di simile a un sollievo e so che molti lo sentono, benché se ne vergognino. La mia introversione, costretta e maltrattata dai dettami degli estroversi iperattivi, si è data una spolverata ed è uscita dall’armadio. Olga Tocarczuk, 2 aprile 2020

19 aprile. La moda ai tempi del coronavirus

Dal giornalista che va in diretta in giacca e mutande al «Giovanni, nemmeno io vado dal barbiere» del presidente Mattarella: la moda ai tempi del coronavirus e anche dopo, con le previsioni della sempreverde Li Edelkoort. Vedremo schemi di spesa simili a quelli del post Seconda Guerra Mondiale, durante i quali l’acquisto di un capo rappresentava ancora un momento emozionante. Ciò richiederà flessibilità e fantasia da parte dei designer, che dovranno ridurre le loro esigenze creative. Probabilmente, la condivisione e lo scambio di vestiti diventeranno importanti. E molti ricominceranno a cucirseli da sé.

3 maggio. Categorie

Ecco, pensavo (non sto facendo gran teorie, sono pensieri della domenica), in quale di queste categorie metteremo, tra cinque o dieci anni, questo periodo? Come tanti anch’io me lo sono chiesta spesso, sul Post Luca Sofri riassume alcune domande.

Il Post ha anche creato una newsletter sul coronavirus, scritta in un italiano lontano – come dicono loro . dalla “lingua di plastica”. L’ho trovata utile, per informarmi con razionalità.

5 maggio. Migliori?

Non ci sveglieremo, dopo il confinamento, in un nuovo mondo; sarà lo stesso, un po’ peggiore. Non fraintendetemi, continuo a sperare in qualche sorpresa piacevole, ma questa del virus senza qualità mi pare una definizione azzeccata e sì, mi sa che Michel Houellebecq ha ragione: per il miglioramento ci sarà da aspettare ancora un po’.

27 maggio. La sindrome di Paperino

La pigrizia fisica mi è familiare, parecchio. Quella mentale un po’ meno, ma sto cominciando ad accusare. Marco Belpoliti su Doppiozero.

Foto-simbolo

L’assalto alle penne lisce e alla farina, i segni delle mascherine sui volti stremati, le piazze vuote e la gente che canta sui balconi, i camion dell’esercito che portano via le bare da Bergamo: sul web si affollano le photogallery che raccontano questi ultimi mesi. Mi attengo alla mia lista e scelgo due immagini: papa Francesco in piazza San Pietro (27 marzo) e il presidente Mattarella all’altare della Patria (25 aprile), soli, in due fotografie che meritano davvero l’appellativo di foto-simbolo. (p.s. Agli imitatori: farsi immortalare al centro di uno sfondo dalla valenza civico-religiosa non garantisce l’effetto, occorrono condizioni storiche particolari).

***

Lasciapassare

Fin qui il web. Poi ci sono stati film, libri, Settimane enigmistiche, torte, pane, piadine e crostate. Lavoro – tra marzo e aprile ho prodotto parecchio, vedrete. Musica: tutto il repertorio online dei Tallis Scholars e Marin Marais in aggiunta ai miei soliti Bach, Corelli & C. Acquisti online. E poi passeggiate (rigorosamente intorno a casa) grazie alle quali come non mi accadeva da anni ho assaporato l’arrivo della Primavera, per esempio seguendo le querce dalle gemme alle foglie nuove, verdi di quel tono brillante che capisci subito l’idea di verde-speranza. Finalmente ho comprato il falso gelsomino e la bougainvillea, ho seminato e raccolto prezzemolo e basilico, con cui ho insaporito le prime insalate degne di questo nome. Ho disdetto una vacanza dai trasporti un po’ complicati – mi piace viaggiare in treno ma con la mascherina sarà faticoso – e ne ho prenotata un’altra in un luogo che conto di poter raggiungere in macchina. E se torna in auge l’autocertificazione, col mio lasciapassare della Repubblica Cisalpina mi sento in una botte di ferro.

Repubblica Francese, Municipalità di Pesaro. Lasciapassare, 1797 (collezione Cristina Ortolani)
Repubblica Francese, Municipalità di Pesaro. Lasciapassare, 1797 (dalla mia collezione)

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