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Pesaro, 14 marzo 2020. Domani è un altro giorno

Pesaro, 14 marzo 2020. Mi ricordo il silenzio, ovvero domani è un altro giorno

Brandizzare la quarantena o attenersi alle liste pre-virus? Di questi giorni sospesi, già lo so, mi ricorderò tra tutto il silenzio

Scrivo o non scrivo? Partecipo alla corsa per non farmi dimenticare (brandizzare la quarantena, come ho letto sulla newsletter di Designer of what) o mi attengo alle mie liste, ignare del Coronavirus, tra poco anacronistiche come certi spot in tv? La corsa non è mai stata una mia specialità, e questo affannarsi a riempire il tempo ‘vuoto’ non mi sembra salutare, soprattutto non ci aiuterà – credo – nel lungo periodo: è negli spazi bianchi (tra le righe, tra le pennellate, tra i mille impegni di una giornata) che prende vita la creatività, almeno la mia.

#iorestoacasa? Dal 1999 metà del mio lavoro, se non due terzi, si svolge tra le pareti del mio studio, ricavato dall’ex garage di casa e ho lavorato in pigiama solo all’indomani di un incidente stradale piuttosto grave nell’autunno 2003. Se non mi vesto e metto le scarpe non riesco nemmeno a pensare di scrivere su commissione. Poi dice che l’abito non conta.
Sto preparando due libri, avrei comunque dovuto trascorrere almeno metà delle mie giornate davanti alla tastiera del pc quindi l’unica restrizione che al momento mi pesa è non poter passeggiare lungo la spiaggia. Sto bene, come tutti mi pongo un sacco di domande sulla situazione, soprattutto, con una sintesi semplicistica ma adatta a questo post: ne usciremo meno impazienti? Torneremo a capire il valore delle competenze? E quello del buonsenso? Agiremo di conseguenza?

Ho ascoltato migliaia di racconti di guerra (la II guerra mondiale) e ricostruzione, e vedevo nelle poche foto consunte che li accompagnavano i sorrisi di persone pronte a ricominciare. Persone che avevano perso molto, quasi tutto (genitori, parenti, case, oggetti, cibo) ma che esprimevano una vitalità irriducibile, una forza mai percepita nei selfies dei nostri frammenti instagrammabili.
Prima del Fronte, dopo il Fronte”. Quando prendo appunti di storia uso la sigla P.F. e D.F. e ogni volta mi chiedo: cosa avrei fatto, al posto loro, io che non ho mai avuto uno spartiacque della memoria collettiva? Ecco, adesso quella linea c’è. A segnarla non immagini di macerie e mucchi di mattoni ma, come si conviene alla società liquida, inquadrature di strade e piazze vuote prese dalle webcam. Certo, ci sono state le Torri gemelle, ma nei miei primi viaggi in treno ho conosciuto l’eco degli attentati (il 2 agosto di Bologna) e avevo già fatto i conti con quella sottile ansia nel viaggiare. Una seccatura, ma alla fine te ne dimentichi e per qualche secondo accetti anche le manacce dell’addetta tedesca ai controlli in aeroporto che si crede ancora ai tempi della Stasi.

Tra le cose che ricorderò di questi giorni, già lo so, ci sarà il silenzio, quello che inseguivo percorrendo chilometri verso il monastero e che oggi trovo intorno a casa, surreale, denso, ma ricamato dal canto degli uccellini.

E dunque, scrivo o non scrivo? Poche righe, dai, perché oggi avremmo dovuto essere qui a giocare con i ricordi, per il primo workshop nello studio rimesso a nuovo, e anche se non credo terrò un diario del Coronavirus mi sembrava giusto farne memoria, una specie di post-it sulla bacheca del blog. Per delineare un mio personale prima/dopo in questi giorni sospesi, tutti uguali ma forse no.
P.F., D.F. After all, tomorrow is another day.

Pesaro, 14 marzo 2020. Santa Matilde regina

p.s. Non condividerò liste di libri e film consigliati, ma se ti fa piacere approfondire i temi del blog e della newsletter scrivimi o telefonami, più del solito sarò contenta di risponderti 😉

pp.s. Sulle parole che forse torneranno ad avere un peso ho letto oggi (16 marzo) un bell’articolo di Gian Antonio Stella sul “Corriere della Sera”.

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