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Pesaro, la moda e la memoria (2009)

Pesaro, la moda e la memoria. Il lavoro dei sarti nel ‘900

L'edizione ampliata e arricchita da testimonianze e immagini inedite del volume "Pesaro la moda e la memoria", dedicato al lavoro dei sarti nel '900

L’edizione ampliata e arricchita da testimonianze e immagini inedite del volume Pesaro la moda e la memoria, dedicato al lavoro dei sarti nel ‘900. Sfoglia il libro online o leggi l’introduzione.

Qui la prima edizione, pubblicata nel 2008.

La moda è la sorella preferita della memoria

La sartoria, lo sanno i pochi sopravvissuti,
vestiva la persona e spesso
riusciva a vestire la personalità
Franca Valeri

L’artigiana che aveva cura dei nostri fianchi. L’artigiano che rimediava con imbottiture discrete e fenditure sapienti alle sviste di madre natura (cm 2 panciuto, vuoto di torace, curvo lieve).
Su misura.
Prima dell’avvento delle confezioni, della moda pronta diffusasi in Italia su larga scala soprattutto nel secondo dopoguerra, tutti si vestivano su misura. Nelle grandi sartorie, tra premières, mannequins e specchiere in stile veneziano o, più frequentemente nelle piccole città come la nostra, ricorrendo ad artigiani che, in genere dopo un periodo di apprendistato presso qualche sarta o sarto di nome, intraprendevano un’attività propria rivolta al paese, al quartiere o a pochi, affezionati clienti che bastavano a tirare avanti. Abiti che duravano dal padre del padre e che, rivoltati, accorciati e riadattati accompagnavano le generazioni al pari dei mobili o delle foto di famiglia. Un senso del vestire che oggi sembra essere (irrimediabilmente?) smarrito, in un ostentare malfermo o sotto gli artifici della customizzazione, che col su misura non è imparentata nemmeno alla lunga.

Dopo l’esposizione fotografica – documentaria dell’estate 2007, nata nell’ambito del progetto Idee in moda, e il volume che nel 2008 ne ha raccolto i materiali, questa nuova edizione di Pesaro, la moda e la memoria si arricchisce di nuovi contenuti. Altre storie di sarti si aggiungono, mentre quelle già presentate si completano con insoliti particolari: piccole tessere che portano una diversa luce al nostro composito racconto.
Come sempre accade in questi casi, la carta stampata ha sollecitato i ricordi, e in tanti si sono fatti avanti con un dettaglio, un’immagine, una precisazione. E così nel capitolo sulla Bolognese compaiono finalmente bilanci e relazioni che rivelano in pieno la dirompente personalità di questa signora della moda, cui fanno da controcanto le testimonianze delle lavoranti; così si recupera almeno la memoria di figure e produzioni che hanno segnato la storia cittadina (le tante fabbriche di fettucce, per esempio); così, infine, lo sguardo comincia a comprendere anche artigiane e artigiani che a Pesaro hanno imparato il mestiere, tornando poi nei borghi d’origine, dove hanno vissuto carriere spesso più longeve rispetto a quelle dei loro colleghi di città.

Di nuovo, occorre evidenziare che si tratta di un tessuto complesso, del quale è probabilmente impossibile determinare le esatte dimensioni, e la cui ricostruzione è affidata in larga parte a testimonianze orali e a materiali conservati presso raccolte private. Sarti, sarte e sartine; setaiole, tessitori e tessitrici, modiste, cappellai, per non parlare di camiciaie, asolaie, pantalonaie, ricamatrici: un esercito di artigiani dei quali restano pochi documenti, talvolta a malapena i nomi.
I nomi. Più che dichiarare intenzioni di metodo, desideriamo stavolta esprimere l’originaria attitudine di questa ricerca: nel caparbio tentativo di tener traccia di un sapere artigianale, si è cercato di dar conto di tutte le segnalazioni arrivate dopo la presentazione del primo volume, anche quando si è trattato, appunto, di fissarle in poco più di un nome e una data. Una sorta di repertorio dal quale ripartire, magari volgendo lo sguardo ancora più indietro.

Accogliere le storie significa anche fare spazio a diverse
voci. Le pagine che seguono sono intessute di testimonianze di figli, nipoti e amici di sarte e sarti, riproposte quasi senza modifiche, così come ci sono state consegnate: una sorta di quilt, dove nei ritagli di stoffa si leggono le vite. Ancora una volta il punto di vista privilegiato è quello degli stessi artigiani, per focalizzare l’attenzione sulle modalità, sugli strumenti e sui ritmi di un operare quotidiano dal quale, nonostante la relativamente scarsa distanza cronologica, sembra separarci un tempo incolmabile. E, come in una foto destinata all’album di famiglia, ci siamo stretti un po’ per lasciare ai nuovi ospiti l’agio di sistemarsi. Se per accogliere altre voci abbiamo rinunciato alla sezione dedicata agli strumenti (a rappresentarli tutti sono rimaste le forbici), nelle pagine che seguono acquista evidenza la città, a rispecchiare la sostanza dei racconti, il cui filo rosso, è davvero il caso di dirlo, si snoda sempre attraverso vie, piazze, borghi, delineando un’ideale topografia del costume locale.

Ringrazio la CNA di Pesaro e Urbino, che con gli altri promotori del progetto mi ha dato l’opportunità di presentare al pubblico questo lavoro, nato da un’antica e tenace passione personale: grazie dunque a Camilla Fabbri e Giorgio Aguzzi, che hanno creduto nell’importanza di documentare in modo così approfondito un’attività artigianale che davvero va scomparendo.
Grazie di cuore poi a Moreno Bordoni, che con passione e sensibilità ha promosso e coordinato il progetto; a Claudio Salvi dell’Ufficio stampa CNA e, in particolare, a Maria Grazia Nardini che con la consueta generosità e professionalità ha impaginato il volume.
Infine, ringrazio ancora tutti coloro che hanno accettato di condividere con noi i loro ricordi e le loro storie, per la disponibilità con cui ci hanno accolto e l’entusiasmo con cui hanno contribuito a ri-tessere la trama del vestire pesarese.

Cristina Ortolani

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