Pesaro La moda e la memoria - 2008

Pesaro, la moda e la memoria – I edizione

Storie di sarte e sarti nella Pesaro del '900: la I edizione di "Pesaro, la moda e la memoria"

L’introduzione al libro

La moda è la sorella preferita della memoria
A. Panzini

Su misura. Prima dell’avvento delle confezioni, della moda pronta diffusasi in Italia nel secondo dopoguerra, tutti si vestivano su misura. Nelle grandi sartorie, con il loro corredo di riti e atmosfere rarefatte, ma anche e soprattutto ricorrendo ad artigiani che, in genere dopo un periodo di apprendistato presso qualche sarto o sarta di nome, intraprendevano un’attività propria rivolta al paese, al quartiere o a pochi affezionati clienti che bastavano a tirare avanti. Abiti che duravano più di una vita, e che rivoltati, accorciati e riadattati accompagnavano le generazioni al pari dei mobili o delle foto di famiglia.

Questo volume ripropone, con consistenti integrazioni e aggiunte, i materiali presentati nell’esposizione fotografica-documentaria Pesaro, la moda e la memoria_1900-1970, allestita a Palazzo Gradari nell’ambito del progetto Idee in moda_2007. Sarti, sarte e sartine; setaiole, tessitrici, cappellai e modiste di città ma anche dei paesi vicini (per non parlare degli eserciti di pantalonaie, camiciaie, asolaie, ricamatrici) che, tra aspidistre, romanzi d’appendice e binari del treno, hanno governato, avrebbe detto Irene Brin, il gusto di una città, rispecchiandone le storie e la storia nel taglio di un paletot o nella linea di un tailleur. Un tessuto davvero composito, del quale è probabilmente impossibile determinare con esattezza le dimensioni, e che è stato in parte ricostruito grazie a testimonianze orali e materiali recuperati, talora in modo fortunoso, soprattutto presso raccolte private. I documenti conservati negli archivi pubblici, infatti, difficilmente recano traccia di questo pur notevole stuolo di artigiani e ci parlano prevalentemente di realtà più articolate, come le industrie della filatura della seta, da quelle ben note di Fossombrone alle meno indagate filande di Pesaro o, per restare in città, come l’industria delle trecce di paglia Scrocco o le fabbriche, ancor più lontane nel tempo, di fettuccie e nastri di cui esisteva sul finire dell’Ottocento una fiorente produzione.

Un’ulteriore, importante indicazione metodologica: in questa prima fase della ricerca abbiamo privilegiato il punto di vista degli stessi artigiani, proponendo quasi esclusivamente materiale proveniente dagli archivi di sarte e sarti, per focalizzare l’attenzione sulle modalità, sugli strumenti e sui ritmi di un operare quotidiano dal quale, nonostante la relativamente scarsa distanza cronologica, sembra separarci un tempo incolmabile.

Paillettes, jais e strass meticolosamente catalogati in un italiano incerto e come per incanto risparmiati dalla polvere nelle loro scatole di cartone; campioni lavorati secondo tecniche antiche; figurini segnati da tratti di matita per adattarli alle esigenze di un pubblico poco incline alle novità; sgabelli, squadre di legno, manichini; diplomi e attestati esibiti con orgoglio sulle pareti di stanze che avrebbero fatto la gioia di Gozzano; i libri delle misure, pieni di note a margine che custodiscono i segreti di sguardi pietosi (curvo di spalle, panciuto, molto formato di fianchi, vuoto di torace). Ma ciò che più colpisce, nel percorso compiuto, è il gran numero di forbici superstiti, miracolosamente scampate a traslochi, bombardamenti, passaggi di proprietà. Sono state fatte su misura da un artigiano di Brescia, all’epoca costavano più di diecimila lire (oggi sarebbero due o tremila euro), sono tedesche, sa, le migliori, senta come pesano, mio padre le ha sempre tenute con sé: se mancano i documenti e le immagini sono rare (non avevamo tempo di fare le foto), le forbici con le loro superfici levigate dall’uso sopravvivono alle vicissitudini e alle guerre. Ancora affilatissime, protette da panni morbidi, sono mostrate con trepidazione, pronte come in una fiaba a riprendere il lavoro da un momento all’altro. Una suggestione che rimanda il senso più vero della ricerca, e che abbiamo tentato di restituire radunando nel capitolo finale strumenti e materiali del mestiere del sarto, fotografati senza abbellimenti, così come li abbiamo trovati.

Infine, un invito: i sarti che abbiamo incontrato (i loro figli e nipoti) sono schivi, emozionati all’idea di comparire in un libro ma, salvo rarissime eccezioni, restii a parlare di sé, segreti e selettivi come la città dove hanno vissuto e operato. Più che in altri casi, sta qui al lettore ricomporre in filigrana il racconto che si snoda tra le pagine, con particolare attenzione a quei nomi riportati in chiusura, dove abbiamo riunito come in una foto di gruppo tutti gli artigiani citati nel volume.

Ringrazio la CNA di Pesaro e Urbino, che con gli altri enti promotori del progetto mi ha dato l’opportunità di presentare al pubblico questo lavoro, nato da un’antica e tenace passione personale: un grazie va dunque a Camilla Fabbri e Giorgio Aguzzi, che hanno creduto nell’importanza di testimoniare un’attività artigianale che va scomparendo. Grazie di cuore poi ai compagni di strada Moreno Bordoni, che ha coordinato il progetto con attenzione e sensibilità, e Maria Grazia Nardini e Claudio Salvi che hanno pazientemente seguito tutte le fasi della realizzazione del volume.

Soprattutto, ringrazio davvero tutti coloro che hanno accettato di condividere con noi i loro ricordi e le loro storie, per la disponibilità con cui ci hanno accolto e l’entusiasmo con cui hanno contribuito al completamento di questo mosaico.

Cristina Ortolani

Nel 2009 abbiamo pubblicato la seconda edizione del libro, ampliata e corretta. La trovi qui.

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